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IL PENSIERO DI CARLO LEVI E LA NUOVA EMIGRAZIONE
- Inserito il 28 dicembre 2015 alle 10:45:00 da redazione-IT. IT - ITALIANI ALL'ESTERO

Intervento di Mimmo Guaragna, Matera 18 dicembre 2015

La FILEF viene costituita nel 1967. Proviamo a ripensare al panorama politico e sociale di quegli anni, quando sono in gestazione tutti quei fermenti che provocheranno da lì a qualche mese la svolta storica del Sessantotto.
Il centrosinistra è già in affanno; per la verità nasce segnato male, basti ricordare la prima frenata e la prima delusione dovute al caso del generale De Lorenzo. Soprattutto i Socialisti , indeboliti anche dalla scissione del PSIUP, sono subito costretti sulla difensiva. Per la Democrazia Cristiana si accentuano le difficoltà e le è sempre più difficile abbeverarsi al mondo cattolico uscito da un Concilio che ha tracimato gli argini.

Nel PCI si fa sentire la perdita del Migliore e le tendenze centrifughe prendono sempre più fiato.
Ma la resa dei conti verrà dopo. Come sempre avviene alla vigilia dei cambiamenti epocali, pochi ne intuiscono la immanente epifania e nessuno è in grado di farsi trovare al posto giusto. Della miopia che precede il Sessantotto, e della superficialità con cui ci si è misurati con esso, ne paghiamo ancora oggi le conseguenze a dieci lustri di distanza.
La nascita della FILEF precede di pochi mesi l’esplosione del Sessantotto, e neanche i suoi promotori alla vigilia ne hanno piena consapevolezza. Le attenzioni sono ferme sul presente e sul passato; ma comunque si può avvertire qualche intuizione profetica che vorrebbe proiettare ed accompagnare la FILEF su una prospettiva nuova affacciata sul futuro.

Il dibattito politico ed economico nel 1967 è ancora pervaso dall’idea della programmazione, termine intercambiabile con pianificazione. Ai Liberali, soltanto a nominarla una programmazione affidata allo Stato, fa venire l’orticaria. I Repubblicani invece la sostengono ed il contributo di Ugo La Malfa con la Nota Aggiuntiva è di fondamentale importanza. Una parte della DC ritrova nella programmazione le radici della Rerum Novarum nonché gli echi del New Deal importato dalle truppe alleate nel Vecchio Continente. Per il PSI di Nenni e di Lombardi è la ragione stessa della sua collocazione nel Centrosinistra.

Il PCI è messo a dura prova; non può osteggiarla ma neanche portarla a battesimo; dopo la traumatica rottura del 1947 il gruppo dirigente comunista vuol cogliere questa occasione per una ripresa di relazioni consociative pur rimanendo fedele alla formula del partito di lotta e di governo.

L’impegno di Antonio Giolitti prima e di Giovanni Pieraccini dopo naufragherà nei flutti tempestosi del Sessantotto, ma quando nasce la FILEF siamo ancora in un clima in cui la programmazione appassiona se non proprio entusiasma.

La FIILEF ripropone all’ordine del giorno la questione emigrazione, Che attenzione poteva allora riscuotere questo tema? L’Italia scalava le vette dell’incremento del prodotto interno lordo con cifre che oggi invidiamo alla Cina; i contadini indossavano la tuta operaia, l’espansione economica era avvertita da tutti i ceti sociali. In questo contesto e in questo clima l’emigrazione necessariamente viene relegata a un fenomeno residuale con cui bisognava chiudere i conti quanto prima.

Era pur vero, per ciò che riguardava la Basilicata, che si prevedeva che altre 30 mila unità lavorative sarebbero dovute andar via, ma questo era l’ultimo tributo da pagare al radioso destino che ci aspettava. Infatti veniva annunciato che lo sviluppo, che già germogliava sulla Costa Ionica per merito della Riforma Agraria, avrebbe ripercorso i quattro bacini fluviali verso occidente distribuendo occasioni di progresso ormai a portata di mano. Si era così convinti del valore taumaturgico di quei quattro fiumi che qualche anno dopo diventeranno il simbolo della bandiera lucana con l’istituzione dell’Ente Regione.

A chi poteva interessare il tema dell’emigrazione e dare una mano alla FILEF quando si osannava il miracolo italiano e nel Meridione, grazie alle Partecipazioni Statali e alla Cassa per il Mezzogiorno, la vista si abituava alle ciminiere?

Certamente il PCI e la CGIL si impegnarono per dare una ossatura organizzativa alla FILEF. Più che una convinzione ed una scelta strategica c’era una attenzione strumentale: infatti nei successi elettorali del PCI il voto degli emigranti ancora pesava, e gli uffici all’estero dell’INCA sarebbero stati favoriti nella loro attività da una organizzazione che si proponeva la difesa dei lavoratori emigranti.

A dar vita alla FILEF fu il genio di un artista. Un artista non sa spiegare la sua opera perché l’intuizione non si piega facilmente agli algoritmi della tecnica. Il genio dell’artista non offre una soluzione ma permette di assecondare ogni predisposizione a percorrere le vie più congeniali. La FILEF è stata un’opera d’arte di Carlo Levi perché non dà una determinata risposta contingente, ma ognuno può trovarvi la risposta che cerca.

Abbiamo visto pocanzi che il PCI individua nella FILEF uno strumento funzionale per il consenso politico degli emigrati (che a quei tempi per votare dovevano rientrare in Italia) ed alla CGIL si offre un supporto soprattutto per l’attività di patronato. Ma se ci fermassimo a questi aspetti e a queste motivazioni, lasceremmo insoddisfatte le intenzioni di Carlo Levi il quale, forse proprio grazie alla FILEF, per la prima volta fa i conti con una struttura organizzata assumendone la responsabilità e la direzione in prima persona; una organizzazione complessa, ramificata, impegnata su un terreno non certo dei più facili, una organizzazione che Carlo Levi può vivere come una sua creatura, così come lo sono stati i suoi scritti ed i suoi quadri.

A questo punto si possono soltanto azzardare ipotesi, e in quanto tali assumerle con cautela e con beneficio di inventario.

Perché Carlo Levi, mentre anche i suoi amici sono assorbiti dalla dialettica in merito alla programmazione e fanno i conti con il Centrosinistra, prende tutta un’altra direzione e si impegna per dar vita alla FILEF?

C’è sempre in giro qualche superficiale pronto ad uscirsene con la battuta che a Levi piaceva stare al centro dell’attenzione. Ma questa affermazione non ha la dignità di una risposta; la riportiamo soltanto perché fa il paio con l’altrettanta stupidità di quanti invece di studiare Carlo Levi lo hanno preso a pretesto per un logo che faccia da condimento a qualche sagra paesana e favorisca la vendita di qualche formaggio e di qualche bottiglia di vino in ossequio alla invadente e onnipresente cultura enogastronomica di cui non possiamo farne a meno anche se stiamo a fare la Via Crucis.

Carlo Levi non fonda la FILEF per stare al centro dell’attenzione, ma per mettere al centro dell’attenzione i suoi contadini ormai disseminati nelle miniere del Belgio e nei cantieri e nelle fabbriche della Germania e della Svizzera. Galiano ormai si è trasferita nel Triangolo Industriale e nel cuore dell’Europa. Come aveva consigliato anni prima Alcide De Gasperi sarebbe stato un bene che i meridionali avessero imparato una lingua per cercare il lavoro aldilà delle Alpi.

Il pensiero meridionalista si illude che un suo rilancio possa venire dalla programmazione, Carlo Levi si rende conto che non soltanto è perduta la battaglia per la conquista della terra da parte dei contadini, ma intuisce anche che la promessa industrializzazione è una illusione.

E’ vero che il Metapontino è portato ad esempio di successo, ma quante di quelle quote di terreno assegnate dall’Ente Riforma sono costate abiure ed umiliazioni, e quelli che non si sono piegati sono stati costretti a far la valigia e partire. Per Carlo Levi, disilluso ma non annientato, è questa amara constatazione, è questo sano realismo, che assegnano una ragion d’essere alla FILEF, la quale diventa l’ultima difesa per coloro a cui è stata negata la terra e devono andar via dalla Terra Natale.

Nella visione di Carlo Levi la FILEF non soltanto è in continuità con il vecchio mondo contadino del Sud, è una FILEF attestata sulla resistenza, impegnata a difendere e conquistare diritti per i nostri lavoratori emigrati. Ma sono proprio i legami con le realtà rurali che accomuna Carlo Levi agli altri dirigenti della nascente FILEF a non limitare l’impegno e l’organizzazione nei luoghi di presenza degli emigrati, essi si rendono conto che devono mantenere i contatti anche con i paesi di origine se vogliono capire e dare un senso al fenomeno migratorio.

La dimensione nazionale della FILEF è in questa saldatura tra la partenza e l’arrivo; non associa soltanto chi ha lasciato l’Italia, ma porta l’Italia democratica, l’Italia popolare, l’Italia di chi è stato sconfitto ma non si è piegato, porta questa Italia, che tanti non vedono e non comprendono, a manifestarsi nei tanti Paesi stranieri dove è presente il lavoro italiano. La FILEF anche grazie alla figura e alla fama di Carlo Levi permette ai nostri emigrati di presentarsi in terra straniera con dignità e a fronte alta. La FILEF si candida ad assumere una dimensione politica nazionale grazie a questa sua specificità: è presente a Duisburg perché è presente anche a Senise, è presente a Melbourne perché è presente anche a Ribera.

Il genio dell’artista non può sacrificarsi nella trincea, non può spazientirsi attestato sulla difensiva; il genio dell’artista deve sfidare il buon senso, deve sfidare i luoghi comuni, deve oltrepassare gli orizzonti del già conosciuto e del già previsto.

Per quanto possa apparire paradossale, la FILEF nasce come sfida all’esistente che sta tramontando. La FILEF non nasce soltanto per difendere l’emigrazione che c’è, ma soprattutto per dare un’anima all’emigrazione che verrà.

Levi conosce l’Europa, sono suoi amici quelli di Ventotene. Nel 1967 sei Stati, tre sufficientemente grandi ed altri tre che, messi insieme, sono più o meno l’equivalente del vicereame della Cassa del Mezzogiorno, hanno costituito soltanto un mercato comune; purtroppo anche oggi a quota 28 l’Europa rimane soltanto un mercato più acciaccato ed inconcludente rispetto ad allora.

L’Europa dei Popoli non può costruirla il mercato ma chi sa dare una coscienza all’emigrazione. Quanti nei laboriosi uffici di Bruxelles e di Strasburgo hanno avuto questa intuizione? Quanti hanno immaginato e concepito l’Europa come un’opera d’arte? Si è preferito sacrificare una grande idea incasellandola nelle colonne di una partita doppia.

Purtroppo quest’opera d’arte rimane una aspirazione, una incompiuta che non si realizza. I nostri emigrati col tempo si sistemeranno nei nuovi Paesi e si integreranno, ma perderanno a poco a poco i contatti con la Madrepatria. Gli immigrati, che da lì a qualche decennio entreranno nei nostri confini, non troveranno un’Europa accogliente, ma un’accozzaglia di stati dediti ad erigere barriere di ogni sorta.

Nel 1967 la FILEF con le sue poche forze e con la sua voce tenue propose alla politica l’emigrazione come un asse strategico e non già come un fenomeno residuale. Non fu capita né fu ascoltata. Flussi di danaro pubblico inconcludenti, come una morfina avevano assopito la capacità di analizzare e comprendere i problemi.

Effettivamente i tassi di emigrazione si erano ridotti significativamente, ma non perché si era raggiunto lo sviluppo, si era invece imbottita di assistenzialismo e di clientelismo ogni potenziale capacità di produrre lavoro significativo e coesione sociale.

Ma la storia della incomprensione e della indifferenza, come nel 1967, continua e si ripete anche ai giorni nostri. Sono anni che la FILEF, e non soltanto la FILEF, denuncia che è in atto una ripresa considerevole dell’emigrazione.

Una emigrazione con caratteristiche completamente nuove, di difficile interpretazione, di difficile intercettazione e di difficile organizzazione. I più cadono dal pero quando si ricorda loro che in Basilicata il rapporto ingressi e partenze è in passivo. E’ vero che gli immigrati li vediamo ogni giorno, invece quelli che se ne vanno scompaiono alla nostra vista ed escono dai nostri interessi.

E allora: quale è la lezione di Carlo Levi? Quale è il suo testamento? L’impegno a tenere in vita e a dar forza ad una missione iniziata 48 anni fa.

Come allora anche oggi la classe politica è in tutt’altre faccende affaccendata. Purtroppo c’è il rimpianto che allora la politica almeno era una cosa seria in mano a persone preparate e dignitose.

Paradossalmente proprio l’attuale latitanza ed inconsistenza della politica può convertirsi in un vantaggio. Proviamo a ricostruire la politica qui, nella nostra regione, iscrivendo tra le questioni centrali la ripresa dell’esodo che, date le attuali condizioni, tutto lascia pensare che dovrebbe incrementarsi piuttosto che ridurre.

Se questa proposta ha una validità, confrontiamoci su tutta la complessità del bilancio regionale e pieghiamolo all’obbiettivo di contrastare, e possibilmente frenare l’esodo. Facciamo in modo che partire non sia più una necessità drammatica e disperata. Facciamo in modo che andar via non sia una rottura con la terra di origine; non abbandoniamo al proprio destino chi emigra, ma creiamo canali di comunicazione, di scambi e di opportunità che diano una linfa e un nutrimento alla nostra regione.

I nostri amici emigrati in Svizzera hanno chiamato la loro organizzazione Libere Colonie. La colonia non recide i legami con la Madrepatria, la colonia in un certo senso prefigura la continuità territoriale. Perché non pensare alla nuova emigrazione come colonie lucane e colonie italiane in un mondo globalizzato?

La Basilicata è una regione che vive di rendita, sopravvive grazie a flussi di spesa originati all’esterno, le stesse royalty petrolifere rientrano in questi percorsi. Questa regione non è capace di investimenti perché i parassiti ed i pezzenti sanno consumare ma non produrre.

Forse sarebbe ora di mettere in preventivo che prima o dopo qualcuno può chiudere il bocchettone dell’ossigeno e si rimane soffocati.

Nel 1967 la politica fallì a causa della sua miopia. Oggi, oltre alla miopia, c’è la miseria e l’imbecillità della politica. Un governo regionale che ha ridotto la questione emigrazione ad un’agenzia turistica sprecona e che fa acqua da tutte le parti, un governo regionale così distratto deve essere richiamato alla serietà ed aiutato a comportarsi seriamente.

Questa, e niente meno di questa, è la missione della FILEF
Questa, e niente meno di questa, è la lezione e l’eredità che ci ha lasciato Carlo Levi.

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