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"IL VOTO «SEGRETO» DEGLI ITALIANI ALL'ESTERO": SUL MANIFESTO UN ARTICOLO DI R.RICCI (FILEF)
- Inserito il 03 aprile 2006 alle 11:48:00 da webmaster. IT - EN 2006
Indirizzo sito : Ilmanifesto


(da "Il Manifesto" di domenica 2 aprile)

"Il voto «segreto» degli italiani all'estero"

Tra le diverse novità di questa campagna elettorale 2006, ce n’è una che continua a restare in ombra: si tratta del voto degli italiani all’estero che per la prima volta potrà essere espresso per corrispondenza nei molti paesi in cui risiedono i circa 4 milioni di emigrati (o figli e nipoti di emigrati) che nel corso del ‘900 si sono sparsi nei 5 continenti.

Essi voteranno con un sistema rigorosamente proporzionale con la possibilità di esprimere preferenze per i propri candidati della “circoscrizione estero”, diversamente da quanto avverrà in Italia.

La Legge 459, che passa impropriamente sotto il nome di “Legge Tremaglia”, essendo stata votata anche da gran parte dell’opposizione, stabilisce che all’interno della “circoscrizione estero”, siano ritagliate 4 “ripartizioni”, corrispondenti all’Europa (compreso il Medio Oriente e la Russia), al Nord e Centro America, al Sud America e all’Oceania e al resto del mondo.
A ciascuna di queste ripartizioni sono assicurati un minimo di un Deputato ed un Senatore, ma sulla base della effettiva presenza dei connazionali iscritti nell’apposito “elenco unico degli elettori” che è stato predisposto cercando di far quadrare due diverse anagrafi (l’AIRE – Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero e l’Anagrafe Consolare), all’Europa spetteranno 6 deputati e 2 senatori, al Nord e Centro America 2 deputati e 1 senatore, all’America del Sud, 3 deputati e 2 senatori, e all’Oceania, 1 deputato e un senatore.
Il tutto fa 12 deputati e 6 senatori che siederanno in Parlamento e che, in particolare al Senato, potrebbero risultare decisivi per i futuri equilibri tra i due schieramenti.


Fra la disattenzione generale

L’attenzione dei pochi media che se ne sono interessati, si è concentrata fino ad ora sulla presunta anomalia di questa vicenda italiana, - peraltro giustificata dal pressappochismo con cui il governo Berlusconi ha affrontato la questione dell’allineamento delle anagrafi (che a tutt’oggi rischia di lasciare fuori dal diritto di voto un buon terzo di coloro che ne avrebbero diritto)- che pretende di allargare all’intero orbe terracqueo in un super collegio virtuale le dinamiche spesso poco edificanti della politica di casa nostra rischiando di incorrere in una amplificazione mondiale delle storture del nostro sistema, del voto di scambio, del voto clientelare, del voto determinato da lobby di varia natura, in una campagna elettorale che costringe i candidati a muoversi in territori ben più grandi di quelli in cui si misurano i candidati di USA o di altri grandi paesi, e, di conseguenza, alle ingenti risorse che essa richiederebbe.


Memoria storica ignorata

Ma nessuno si è ancora impegnato in un recupero seppur parziale della memoria storica della nostra emigrazione e del suo attuale insediamento, cosa che consentirebbe una valutazione un po’ più pacata ed oggettiva: chi sono infatti questi italiani all’estero che peraltro hanno già potuto esprimere, senza molto baccano, il proprio voto in occasione delle ultime due consultazioni referendarie ?

Dal 1870 al 1970 si calcola che oltre 28 milioni di italiani siano emigrati; è una cifra che corrisponde più o meno alla metà dell’attuale popolazione italiana; le stime sui discendenti di questi emigrati variano tra i 60 e i 70 milioni: si tratta di oriundi che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza nei paesi di accoglimento: circa 15 milioni negli USA, altrettanti in Argentina, oltre 25 milioni i Brasile, due milioni in Canada, in Australia, in Venezuela, 1,5 milioni in Uruguay e poi, in Nord Europa e in molti altri paesi.
Questi numeri inducono a ricordarci che la globalizzazione non è cosa dell’ultim’ora e che su questo esodo gigantesco è fondata buona parte della storia del nostro paese.

In realtà, sono solo 4 milioni gli italiani che hanno mantenuto o riacquisito la cittadinanza italiana. Più o meno il 2,7 % della popolazione residente, una cifra che è superiore, per inciso, agli immigrati presenti sul nostro territorio.
Di questi solo 2,8 milioni parteciperanno alle prossime consultazioni politiche.

Precisamente saranno 2.840.228 gli elettori residenti all’estero che voteranno per la Camera, per il Senato invece i votanti saranno 2.566.029. Il più alto numero di votanti riguarda l’Europa con 1.615.483 elettori per la Camera e 1.445.177 per il Senato. Segue l’America Meridionale con 722.681 elettori per la Camera e 649.082 per il Senato. In America settentrionale e centrale invece gli elettori per la Camera saranno 346.745 e quelli per il Senato 329.309. In Asia, Africa, Australia, Oceania e Antartide i votanti saranno 155.319 per la Camera e 142.461 per il Senato.


Una lettura patriottarda

L’iconografia imposta da Tremaglia e assecondata da una forte disattenzione a sinistra, ha legittimato una lettura patriottarda, spesso qualunquista e indifferenziata di queste collettività emigrate, ma le cose non stanno propriamente così: nel 2003, solo per citare un esempio di un certo significato politico, in occasione del referendum sull’Art. 18, gli italiani all’estero votarono in percentuale superiore ai connazionali stanziali con punte significative in Argentina, in Uruguay e in Svizzera e i Sì, contrari all’abolizione dell’Art. 18 dello Statuto dei lavoratori, furono percentualmente superiori a quelli espressi nella madrepatria.

Altro luogo comune è che questi italiani siano ormai perfettamente inseriti nei paesi di arrivo e che “abbiano fatto successo”: certamente i processi di integrazione sono andati avanti e in molti hanno fatto progressi nella scala sociale, ma permangono situazioni di marginalità impensabili: in Germania e nella Svizzera tedesca, gli italiani risultano i meno integrati tra le altre collettività straniere, superati da spagnoli, greci, portoghesi, ex-jugoslavi e turchi.
Situazioni non così negative, ma neanche particolarmente edificanti si riscontrano in altre grandi aree metropolitane (Londra), o in vaste aree del Belgio o della Francia: di fronte alla crisi dei settori metalmeccanico e manifatturiero delle economie di molti paesi, gli italiani, generalmente con basse qualifiche professionali, sono stati i primi a subire gli effetti della disoccupazione.


L'emigrazione di ritorno

Oltreoceano, in America Latina, la crisi brasiliana e, più recentemente, argentina ed uruguayana, ha visto centinaia di migliaia di italiani subire sorti analoghe alla maggioranza della popolazione; marginalità e indigenza toccano migliaia di italiani anziani in tutto il continente. Moltissimi hanno dovuto riprendere la strada di una nuova emigrazione in senso contrario a quello dei nonni o dei padri, verso l’Europa o verso gli Stati Uniti o verso l’Italia, incappando, tra l’altro nella Bossi-Fini.

In migliaia, (milioni se calcoliamo anche gli oriundi) sono impegnati oggi nel tentativo epocale di ricostruire una prospettiva sociale e politica in un continente che ha subito la stagione delle dittature e del neoliberismo selvaggio, dal Cile di Bachelet, all’Argentina di Kirchner, all’Uruguay di Tabarè Vasquez, al Brasile di Lula, al Venezuela di Chavez.
Le leadership del PT e della CUT brasiliana, del Movimento dei Sem Terra, della CTA Argentina e del movimento dei Piqueteros, del Frente Amplio uruguayano, del Movimento Bolivariano in Venezuela, sono infatti fortemente partecipati dai discendenti di questi italiani, a rinverdire tradizioni sociali, sindacali e politiche che come un fiume carsico hanno attraversato tutto un secolo e sono riemerse dopo il crollo delle dittature e dell’ubriacatura neoliberista.

Chi ha frequentato i diversi forum sociali mondiali svoltisi a Porto Alegre e a Caracas, non può non aver notato sui cartellini dei delegati gli innumerevoli cognomi di ascendenza italiana che occupavano le platee e i podi dei seminari e dei dibattiti.

Dall’altra parte del globo, in Australia, le lotte e la partecipazione politica degli italiani emigrati nel dopoguerra dentro il sindacato e nel Labour, hanno dato una spinta decisiva all’affermazione del multiculturalismo negli anni ‘70. Analogamente, ma per strade differenti, è accaduto in Canada. Diversa e decisamente più “anomica” appare la situazione degli USA, ma ciò non può nascondere lo storico contributo dell’emigrazione italiana alle battaglie per l’emancipazione sociale e civile affermatasi dentro i movimenti sindacali e anche nelle correnti che hanno innovato la prospettiva culturale mondiale nella seconda metà del ‘900. Dicono qualcosa i nomi di John Fante, Lowrence Ferlinghetti, di Gregory Corso, di Philiph Lamantia ?

Nel nord Europa frastagliato di emigranti latini ed islamici, i figli dei nostri emigrati siedono ormai un po’ dovunque nei parlamenti di grandi e piccoli città e di importanti regioni.
Quella che è stata definita con un’accentuazione molto mercantile (richiamando rimesse e investimenti di ritorno o la funzione di consumo del made in Italy esportato) come “la risorsa emigrazione”, è oggi, per chi la sa vedere, una potenziale risorsa politica globale nell’epoca della globalizzazione.

E’ con questo auspicio che, volendo, ci si può avvicinare pur tra molte contraddizioni, al voto degli italiani nel mondo del prossimo 9 aprile.


* Coordinatore Nazionale FILEF - Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie

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