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Materiali
Titolo Scrivere le migrazioni: 1990-2007 ANTOLOGIA DI NARRAZIONI
Descrizione


Dalla Prefazione

"Scrivere le migrazioni". Questo titolo fortunato, che ha scandito le prime sei edizioni del Premio Conti e che oggi è riproposto per questa antologia delle migliori prove narrative sedimentate negli anni di vita del premio, corrisponde finalmente ad un’esigenza sempre più avvertita sul piano culturale e fors’anche su quello civile. Scriverne, cioè parlarne, vederle, ascoltarle,
descriverle. Tentare di conoscerle e di collocarle non solo nell’immaginario individuale, ma anche nel tessuto delle relazioni interpersonali e nel quadro sociale, facendole diventare un elemento significativo della percezione
dell’Italia e del mondo di oggi.
Può sembrare un’affermazione suggerita da ottimismo di maniera di fronte al moltiplicarsi delle inquietudini e delle paure che si annodano alla crescente presenza di stranieri nella nostra società. Eppure, pur cogliendo
il senso di insicurezza e le ansie che percorrono strati importanti di popolazione, anche per la strumentalizzazione che ne viene fatta da parte di ben individuate forze politiche e canali d’informazione, non riesco a tacere la
sensazione che una cultura delle migrazioni, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, stia facendo concreti passi in avanti non solo tra studiosi e specialisti ma anche negli orientamenti diffusi, si stiano insomma accorciando
le distanze tra quello che negli anni è avvenuto nella sfera dell’economia e della società e quello che è maturato nella sfera della formazione e dell’impegno civile.
Basti riflettere su ciò che quotidianamente avviene nelle nostre scuole, dove i richiami all’integrazione e all’interculturalità non sono vaghe suggestioni o improbabili finalità pedagogiche, ma sempre più frequentemente esperienze vive, costruite con l’abnegazione silenziosa, e talvolta solitaria, di tanti educatori e con la disponibilità umana e mentale di milioni di giovani.
Oppure si pensi al profilo sempre più limpido e persuasivo degli “scrittori migranti”, che hanno assunto la lingua d’adozione - l’italiano - come strumento non solo relazionale ma di espressione di un immaginario poetico
denso di evocazioni diverse e lontane, capaci di innovare e arricchire la nostra pur consolidata e importante tradizione letteraria e culturale.

Se questo accade, è giusto darne il merito dovuto a chi, come la FILEF e le altre organizzazioni di tutela e di promozione dei migranti, non ha atteso le risposte dei sondaggi sulle opinioni degli italiani a proposito del crescente arrivo degli stranieri alle frontiere del paese, ma ha compreso fin dal primo momento che la lunga storia di emigrazione del nostro popolo c’imponeva precisi doveri di intelligenza e di accoglienza. Quella storia, anzi, ci poteva offrire un patrimonio etico e una base di confronto che avrebbero potuto rendere più sicuri i nostri passi lungo il difficile percorso di transizione sociale e culturale.
Il Premio Conti, nel suo genere, anche per la stabilità e l’autorevolezza ricevute dal sostegno di istituzioni aperte e intelligenti, come la Regione Umbria, è una delle possibili forme di promozione di questa auspicabile saldatura tra la nostra storia passata e la nostra condizione presente. Aprire, infatti, canali di espressione e di conoscenza delle esperienze di migrazione,
raccontandone il vissuto maturato sia nelle peregrinazioni di lavoro degli italiani in altri paesi che nell’arrivo di chi è venuto a cercare tra noi opportunità di salvezza o di miglioramento, significa aprire utili terreni di confronto
e recuperare stimoli e materiali preziosi per la conoscenza di tali fenomeni e, più in generale, per una concreta e aperta formazione alla contemporaneità.
Raccontare le migrazioni, infatti, serve non solo a chi bussa alla nostra porta in cerca di solidarietà, integrazione, opportunità, ma anche, e forse soprattutto, a noi stessi, che pure dovremmo avere incorporato nel nostro
codice culturale di popolo di emigranti le coordinate essenziali di esperienze tanto laceranti e complesse sul piano esistenziale quanto profonde e organiche sul piano dei processi di mutamento delle nostre società.
Il ciclo del narrare l’emigrazione in modo diffuso, attraverso i racconti familiari, le lettere, i ritorni, i resoconti delle visite e dei contatti con parenti e amici insediatisi all’estero, per gli italiani si è chiuso almeno da un trentennio.

Né le ricerche e gli studi, che si sono succeduti con apprezzabile regolarità, o i film e i romanzi ispirati all’esperienza di emigrazione, che sporadicamente hanno visto la luce, potevano alimentare da soli quell’attenzione
viva, quel “comune sentire” l’emigrazione, che in larghi strati della nostra società si era radicato quando milioni di persone ne vivevano direttamente le vicende. Solo che quando noi eravamo ancora largamente un popolo di emigranti il tratto emozionale del distacco e quello nostalgico
della lontananza erano ancora prevalenti. Oggi, nella dimensione globale, si fanno naturalmente più forti le esigenze di contestualizzazione delle nostre comunità d’origine, di conoscenza del percorso di cambiamento che esse hanno compiuto, di intercettazione delle dinamiche generazionali che le percorrono, di risposta alla domanda di una più complessa identità che esse avanzano.
Scrivere oggi le migrazioni serve, dunque, per muoversi meglio in questa nuova fase storica e culturale. Con il vantaggio di potere contare su una gamma così ampia di motivazioni alla scrittura e di moduli narrativi che può
essere fondata la speranza di avere, attraverso questa strada, materiali adatti a rappresentare la molteplicità e le infinite sfumature che caratterizzano l’attuale condizione di vita, sociale e culturale dei migranti. Di quelli che, discendendo da precedenti esperienze migratorie, si possono definire tali solo per una non appagata ricerca di radici e di cultura e di quelli che lo sono oggi per necessità o per scelta, qualunque sia l’approdo del loro viaggio.

Senza contare il valore del recupero di storie, memorie, testimonianze che sono essenziali per la ricostruzione di vicende allo stesso tempo personali e corali come sono quelle legate alle migrazioni. Un patrimonio che nel
passato abbiamo colpevolmente trascurato o addirittura sciaguratamente dissipato, privando in particolare le nuove generazioni di elementi di conoscenza di quello che è forse il principale fattore di mutamento sociale dell’Italia contemporanea.
Riaprire i canali delle testimonianze e ridare portata e fluenza alla ricostruzione dell’emigrazione degli italiani e delle migrazioni tra gli italiani è, dunque, un contributo importante alla formazione di una percezione attiva
della contemporaneità. Incoraggiare e consentire questo stimolo alla scrittura e alla testimonianza è importante, qualunque siano le forme di questo esercizio. Iniziative in questo senso si vanno fortunatamente moltiplicando, sia sul versante più consolidato dell’emigrazione italiana sia su quello, più sperimentale, della narrazione delle migrazioni a noi più vicine. Se la molteplicità è sintomo di interesse e di ricchezza, la mancanza di un riferimento unitario di natura progettuale e metodologica potrebbe essere un intimo
fattore di fragilità, capace di rendere incerte ed effimere iniziative pure lodevoli.
Per questo sto perseguendo l’obiettivo dell’istituzione del Museo nazionale delle Migrazioni. Prima di tutto perché l’Italia dia un segnale di riconoscenza ai suoi milioni di concittadini che hanno dovuto ricostruire altrove la loro vita e da quelle lontane e difficili postazioni hanno continuato ad aiutare il loro paese d’origine in passaggi difficili della sua storia. Ma anche perché il popolo italiano possa esprimere, da un punto di vista più genera-
le, la consapevolezza del valore che si deve attribuire ai processi di migrazione nello sforzo di apertura e di internazionalizzazione che ognuno è chiamato a compiere. Un Museo non come un luogo statico, freddamente espositivo
di materiali e documenti, ma come uno strumento di ricomposizione e di valorizzazione della tradizione storica dell’emigrazione italiana, come un osservatorio dei fenomeni di nuova emigrazione che toccano le generazioni più giovani, che sono anche quelle più acculturate e professionalizzate,
un punto di incrocio tra le traiettorie in uscita dall’Italia, storiche ed attuali, e i flussi di ingresso nel nostro paese, un nodo di collegamento e coordinamento tra tutte le strutture museali e di ricerca che finora si sono
impegnate in questo compito, spesso con esiti apprezzabili per quanto parziali.
Scrivere le migrazioni, quindi, per conoscerle meglio, raccogliere queste straordinarie testimonianze di vita, raccoglierle per trasmetterle e farle diventare patrimonio comune e fattore di formazione dei giovani.

Franco Danieli
Data 20/09/08
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