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Wed, 28 Jan 2015 20:46:20 +0000

- Tsipras e sindacati, un dialogo difficile - di Dimitri Deliolanes Il movimento dei lavoratori ha perso rappresentanza e incisività. Attesi gli interventi del nuovo governo: azioni in favore dei senza reddito, ripristino del minimo salariale ai tempi pre-crisi e rinegoziazione del debito. Un programma incentrato sulla politica economica e sui rapporti con l’Unione Europea, ma un dialogo solo indiretto con il mondo … Continua a leggere
- La Grecia inizia il “Grande Pivot to Russia”: tutti giù dal carro di Tsipras - Il piano del nuovo governo greco: La Banca Bric l’alternativa sul campo in caso di rottura con la Troika. Per tutti coloro che sono saliti sul carro del vincitore di Tsipras dopo aver passato l’ultimo anno ad insultare la loro dignità ed intelligenza con la posizione assunta sulla crisi Ucraina e aver appoggiato sanzioni alla … Continua a leggere
- #Tsipras, il gran botto nel Laboratorio Greco - di Pino Cabras Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all’incendio di molti alambicchi. Chi conduce l’esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: … Continua a leggere
- Varoufakis: Come ridurre il debito senza creare recessione - Yanis Varoufakis è il neo ministro delle Finanze del governo greco guidato da Alexis Tsipras. Proponiamo qui una sua relazione tenuta durante l’incontro organizzato dall’associazione AltraMente il 21 giugno 2010. Il testo è particolarmente interessante proprio perché non recente. Varoufakis analizza la crisi della Grecia e dell’eurozona nell’ambito del contesto globale dato dalla crisi finanziaria del … Continua a leggere
- Dopo la vittoria di Siryza è necessario un fronte europeo anti-austerità - di Alfiero Grandi La vittoria di Siryza e la formazione del nuovo Governo guidato da Tsipras sono fatti politici di prima grandezza anzitutto per la Grecia, che ha ritrovato così la forza di reagire al ricatto dell’austerità che dura ormai da più di 5 anni e che l’ha ridotta in condizioni di vera e propria … Continua a leggere
- SYRIZA AL GOVERNO: non è più il tempo delle “magnifiche sorti e progressive”? - di Franco Astengo Syriza taglia il traguardo del governo in Grecia alleandosi con un partito nazionalista definito da media “di destra” (secondo il vecchio schema che non esiste un nazionalismo di sinistra almeno in Europa. E’ diverso in Sud America). “Podemos” (soggetto politico spagnolo, ma in stretto contatto con il Sud America e in particolare la … Continua a leggere
- Grecia: Tsipras spinge per una Conferenza sul Debito Europeo - 1952, nella Conferenza di Londra 20 Paesi dimezzarono il debito tedesco – Alexis Tsipras è da tempo che va ricordando con pazienza alla Germania e ai duri d’orecchio di Bruxelles che nel 1952, nella bella città di Londra, ebbe luogo una Conferenza sul debito delle nazioni d’Europa, uscite stremate e distrutte dalla seconda deflagrazione mondiale combattuta sul … Continua a leggere
- Cuba: Frentes Fríos - di Carlo Lambiase La Habana di getto, online, tra le case umili di uno dei suoi tanti quartieri marginali. Los frentes fríos di gennaio soffiano poco quest’anno. Ci sono il sole e un caldo discreto per essere in inverno. Gli splendori della Quinta Avenida, del Casco Hystorico e del Vedado sono lontani cosi come lo … Continua a leggere
- VENEZUELA: scarsità programmata, nuova fase della guerra economica - di Tito Pulsinelli (Caracas) Attualizzano la scarsità programmata che ebbe successo in Cile contro Allende – La decennale aggressione sistematica, sconfinata nel terrorismo mediatico contro il governo di Caracas, si è ormai trasformata in attacco deliberato contro le genti del Venezuela. Se si esclude l’accusa di cannibalismo, tutto il resto del repertorio dei veleni e degli … Continua a leggere
- Argentina: il dubbio suicidio di Nisman occasione politico-mediatica per il nuovo attacco a Cristina - Nel video che segue, il giornalista Roberto Navarro di C5N, smonta tutta l’operazione mediatica che allude al coinvolgimento diretto della Presidenta e del suo governo nella morte (apparentemente un suicidio) del giudice Nisman, che stava indagando sull’attentato al centro ebraico Amia, dove erano morte 85 persone, attentato addebitato a presunti terroristi legati all’Iran.  In particolare, … Continua a leggere
- I gravi rischi delle riforme costituzionali e della legge elettorale nella versione del Nazareno - Un gruppo di intellettuali ha inviato ieri una lettera aperta a tutti i deputati e i senatori, in relazione alla riforma del Senato e quella della nuova legge elettorale detta Italicum; costituiscono una sintesi molto chiara dei rischi dei rispettivi disegni di modifica istituzionale a cui si va incontro con la loro approvazione e alla cancellazione, a … Continua a leggere
- Haaretz: Israele fornisce armi al Fronte al-Nusra - da Hispan.tv – Il quotidiano israeliano Haaretz ha confermato l’ampio sostegno del regime di Tel Aviv ai gruppi terroristici legati ad Al-Qaeda sulle Alture del Golan siriano, annesse ai territori occupati nel 1981. «Israele fornisce assistenza al Fronte al-Nusra che si trova sulla lista delle organizzazioni terroristiche, e si crede che stia ricevendo anche aiuti da … Continua a leggere
- Ucraina in fiamme, reportage dalla provincia ribelle di Lugansk - Archiviato in:CRISIS, Diritti sociali diritti umani, Europa, Geopolitica Conflitti Pace Tagged: conflitti guerre pace, crisi globale, Diritti globali, Geopolitica, Russia, Ucraina
- I misteri di Parigi 2015 sono impressionanti - Archiviato in:America, Asia, Confessioni Audit Eterodossie Satire, CRISIS, Europa, Eventi manifestazioni iniziative, Geopolitica Conflitti Pace Tagged: conflitti guerre pace, crisi globale, Diritti globali, Geopolitica, ideologia ed egemonie culturali, United States
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- Cambia l’Europa, cambia l’Italia - di Roberto Musacchio “Kalimera Grecia”! Con questo slogan di buon augurio saranno in tantissimi gli italiani che andranno ad Atene per partecipare e condividere quella giornata, il 25 gennaio, data delle elezioni, in cui l’idea che l’Europa possa cambiare può cominciare a diventare realtà. Quando nacque la proposta e poi si realizzò la lista dell’Altra … Continua a leggere
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- L’“Osservatorio” ANPI su riforme costituzionali, legge elettorale e rappresentanza - di Alfiero Grandi Si è costituito – il 10 dicembre – presso l’ANPI nazionale  un “Osservatorio” sulla materia delle riforme costituzionali, della  legge elettorale e della rappresentanza dei cittadini. Sono argomenti vitali. Lo è la Costituzione della nostra Repubblica, la carta fondamentale che regola da 56 anni la convivenza tra i cittadini italiani dopo la … Continua a leggere
- USA riconosce che Cuba è sovrana e fa parte della Patria Grande - di Tito Pulsinelli (Caracas) Dopo 54 anni, gli Stati Uniti riconoscono che Cuba è una nazione sovrana. Le sanzioni, e un ermetico blocco economico, sono stati inutili e deprecabili mezzi di coazione, inadatti a deviare o sminuire la volontà di indipendenza del popolo cubano. Meglio tardi che mai. Più di mezzo secolo per capire che … Continua a leggere
- CUBA: alba o tramonto! - di Carlo Lambiase Il 17 di dicembre a Cuba si festeggia San Lazaro che, nella santeria cubana, porta il nome di Babalù Ayè, unisce la figura del santo cattolico con quella della divinità africana ed è il protettore degli ammalati e dei sofferenti. In prima pagina c’è ancora una volta questa isola insidiosa, amata da … Continua a leggere
- Cgil e Uil hanno superato la prova, il Governo no. Siamo vicini a scelte decisive. - di Alfiero Grandi Cgil e Uil hanno superato la prova dello sciopero generale, dopo la riuscitissima manifestazione nazionale della Cgil di fine ottobre. I soliti noti potranno raccontarla come vogliono ma tantissimi lavoratori si sentono rappresentati dai sindacati malgrado l’opera di denigrazione sistematica del loro ruolo,  fino a cercare di addossargli la responsabilità del precariato … Continua a leggere
- Quanto ci costa e perché dobbiamo uscire dalla Nato: Appello - L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che il Sipri quantifica in 72 milioni di euro al giorno. (Oltre 26 miliardi all’anno n.d.r.) Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la … Continua a leggere

 
Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi
- Inserito il 08 settembre 2011 alle 22:48:25 da Vincenzo Comito.

Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi

di Vincenzo Comito



Premessa

Nonostante che il fenomeno della crisi in atto sia stato esplorato in tutte le direzioni e continui costantemente a esserlo, permangono molti punti controversi sulla sua origine, sulla sua stessa definizione e sulla sua natura di fondo, nonché conseguentemente sulle vie di salvezza, if any.

In ogni caso, sono ormai passati diversi anni dallo scoppio della crisi e nessuno sembra avere a livello politico delle idee adeguate, nonché la capacità e la volontà per uscire fuori dai guai.


Una definizione della crisi

Manca intanto apparentemente una qualche espressione definitoria che sintetizzi la sostanza del fenomeno in atto e questo appare piuttosto sorprendente. Al momento delle sue prime manifestazioni si è parlato di crisi del sub-prime; successivamente, man mano che essa si apriva nuove strade, si è tentato di appiccicargli qualche altra etichetta, quale “crisi sovrana”, “crisi finanziaria” o anche “crisi del credito”, ecc., ma nella sostanza sembrerebbe mancare a oggi, almeno sui media occidentali, una definizione chiara e convincente.

Dobbiamo andare in Asia per trovarne una che sembri plausibile; in tale angolo del mondo si parla chiaramente di “crisi atlantica” (Padis, 2010), di un fenomeno cioè che riguarda essenzialmente la parte più sviluppata del pianeta.

Prendendo per buona, almeno per il momento, tale definizione, apparentemente censurata dalle nostre parti, si tratta di individuare soprattutto le ragioni di fondo del fenomeno, nonché le vie per poterne uscire. Le due cose sono ovviamente strettamente legate.


Il fronte finanziario

Molti concentrano la loro attenzione critica sul tema della finanza. Di fronte a un’economia reale considerata sana, il marcio starebbe negli “eccessi” del sistema finanziario che, sfuggito a ogni regola e a ogni controllo, metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Si sottolinea così l’avidità degli speculatori, la complicità e i conflitti di interesse delle agenzie di rating, la follia delle borse, la rapacità dei manager delle istituzioni finanziarie, le male azioni delle banche.

C’è chi, con una leggera variante rispetto all’analisi precedente, cerca di distinguere la buona dalla cattiva finanza. La prima sarebbe quella che sostiene l’economia, le imprese, i cittadini, la seconda quella che si dà alla speculazione e trascura e umilia il mondo produttivo. La prima forma avrebbe sostanzialmente caratterizzato la fase che dal dopoguerra va sino grosso modo alla fine degli anni settanta, la seconda avrebbe poi preso il sopravvento a partire dai primi anni ottanta, facendosi poi sempre più aggressiva e dominante.

Ma “basterebbe” sistemare il fronte finanziario con i suoi cattivi protagonisti per bloccare alla radice la crisi? Chi scrive ha pubblicato diversi testi che cercano di contribuire a individuare le vie per una possibile riforma del sistema finanziario e quindi pensa che in effetti l’influenza della finanza sulla vita economica e sociale sia stata negli ultimi decenni devastante e che una profonda riforma del settore sia comunque indispensabile e urgente, ma non ha mai pensato che questo potrebbe bastare per risolvere tutti i problemi posti dalla crisi. D’altro canto, è giocoforza constatare che i governi e le istituzioni internazionali stanno facendo sostanzialmente troppo poco per sistemare la questione.

Ma anche quando tale fronte venisse largamente presidiato, il che appare molto improbabile, ci troveremmo di fronte a un problema ancora maggiore, quello delle difficoltà dell’economia reale.

Viene alla mente, in effetti, anche un altro pensiero: e se i processi di finanziarizzazione in realtà, invece di rovinare l’economia reale, l’avessero aiutata a sopravvivere al di là della sua “data di scadenza” (Jappe, 2011)? Di fatto, nel decennio che ha preceduto la crisi, solo la finanza e l’immobiliare, attività per molti aspetti sorella della prima, hanno sostenuto in qualche modo la crescita dell’economia occidentale. E se quindi in tale periodo la finanza avesse continuato a far respirare un corpo moribondo? E se, alla fine, all’origine della malattia stiano problemi più gravi di quelli provocati dagli speculatori?


Il fronte dell’economia reale

In effetti, molto presto tra i seguaci dell’analisi economica di tipo keynesiano e comunque tra gli economisti “radicali” l’origine della crisi è stata fatta risalire all’avvio della fase tatcheriana-reaganiana dell’economia, che ha portato tra l’altro in occidente, oltre che a una profonda messa in discussione del ruolo dello stato, a una forte crescita delle diseguaglianze, con un sostanziale blocco dei redditi da lavoro in valori assoluti e a un loro arretramento rispetto a quelli di capitale nella composizione del pil dei vari paesi. Le classi medie e popolari non hanno più, da un certo punto in poi, avuto altra via per continuare a consumare e investire che quella di aumentare il loro livello di indebitamento, ciò che ha portato alla fine al crollo della piramide. Parallelamente, negli ultimi decenni non si è manifestato alcun grosso stimolo alla domanda attraverso lo sviluppo di qualche nuovo settore che fungesse, come in epoche passate, da traino per tutta l’economia. E trascuriamo, per semplicità, i fattori internazionali, pur rilevanti.

In tale quadro, le malefatte della finanza sono state certamente stimolate ed esse hanno sicuramente contribuito ad aggravare la situazione, ma alla radice della crisi starebbe una carenza di domanda nel settore dell’economia reale, più di recente aggravata dal tentativo da parte dell’operatore pubblico di ridurre il livello di indebitamento attraverso il ridimensionamento della spesa pubblica.

Il suggerimento di fondo che viene conseguentemente da tale tipo di analisi è quello che appare necessario, da una parte, ridistribuire il surplus prodotto nell’economia indirizzandolo maggiormente a favore del lavoro, avviare poi, dall’altra, da parte degli stati, un grande programma di investimenti nel settore dell’economia verde, accompagnato anche da forti e paralleli stimoli all’industria privata; tale settore potrebbe e dovrebbe costituire il prossimo asse di sviluppo dell’economia del mondo.

Che dire di tutto questo? Chi scrive appare sostanzialmente convinto che nella situazione attuale sia presente certamente un problema di domanda, con l’evidente necessità di ridistribuire la torta tra il lavoro e il capitale e che sia anche indifferibile spingere per una grande riconversione “ecologica” dell’economia.

Ma duole constatare che nessun paese occidentale è in grado in questo momento di avanzare in maniera significativa sul primo fronte – anzi, tutti i programmi di controllo della spesa pubblica dovrebbero avere un effetto di riduzione nella stessa domanda, nonché della qualità dell’offerta – né sul secondo. Così Obama era partito dichiarando la volontà di avviare grandi sforzi verso una nuova politica energetica e constatiamo tutti come la cosa sia in effetti andata a finire.

In tale quadro è evidente come l’uscita dalla crisi appaia una possibilità sempre più lontana.


L’ipotesi giapponese

A questo punto l’ipotesi più immediata che viene alla mente è quella che il mondo occidentale si stia avviando verso una situazione di tipo giapponese, cioè verso un periodo di lunga e persistente stagnazione economica; il paese del sol levante non cresce ormai in effetti da una ventina d’anni. Il timore di una giapponesizzazione è ormai fortemente presente nelle classi dirigenti atlantiche.

Il modello giapponese appare caratterizzato da alcune caratteristiche di fondo che gli altri paesi ricchi sembrano stare acquisendo più o meno rapidamente con il tempo: alto rapporto debito/pil, bassa crescita della popolazione, sostanziale blocco e debolezza della politica, tassi di interesse molto bassi e deflazione o minaccia di deflazione, banche in difficoltà, crolli di borsa e del settore immobiliare (Milne, 2011).

Va sottolineato che una stagnazione prolungata dei vari paesi potrebbe certamente manifestarsi con qualche possibile variante rispetto al caso giapponese, che tutto sommato presenta diverse caratteristiche positive, quali un elevato livello tecnologico, un alto livello di benessere accompagnato da una distribuzione della ricchezza tra le meno diseguali tra quelle dei paesi ricchi, una buona efficienza della macchina pubblica, una coesione sociale piuttosto elevata. La variante italiana, altro paese in difficoltà economica almeno da una quindicina di anni, potrebbe esserne per molti versi una sua versione in peggio.

Peraltro bisogna sottolineare che il modello giapponese si regge su di una continua crescita del livello dell’indebitamento pubblico, che ha ormai raggiunto cifre elevatissime e che non appare più sopportabile a medio termine.


L’ipotesi argentina e quella di una crisi finale del capitalismo

A questo punto quella del fantasma giapponese potrebbe comunque costituire ancora un’ipotesi consolatoria. C’è chi comincia invece a pensare a uno scenario di tipo argentino. Il paese sudamericano alla fine della seconda guerra mondiale era uno dei più prosperi del mondo; da allora esso ha registrato un lento ma inesorabile declino, precipitando poi qualche anno fa in un crollo improvviso. D’altro canto, lo stesso modello giapponese potrebbe anche preludere a quello argentino.

Ma è peraltro possibile tornare invece al modello di sviluppo keynesiano del dopoguerra, cioè a un capitalismo “ben temperato”, regolato e governato dalla politica, a un modello molte delle cui basi materiali sono state nella sostanza distrutte dall’avanzamento tecnologico e dalle mutazioni economiche e sociali degli ultimi decenni? Hic Rodhus, hic salta.

Alla fine, viste le difficoltà di azione da parte dei paesi occidentali e gli ostacoli di peso collocati sulla strada di un ritorno a un modello pre-tatcheriano dello sviluppo, può venire persino il dubbio che la situazione attuale non abbia sbocchi possibili. Allora diventerebbe in qualche modo plausibile anche l’ipotesi che la crisi in atto sia in realtà quella finale del capitalismo.

Naturalmente, potrebbe certamente accadere che invece, in qualche modo, la situazione migliori e l’economia atlantica prima o poi si riprenda. Da molte parti si può sostenere che il modello capitalistico abbia molte vite, che troppe volte esso sia stato dato per morto e che anzi le sue crisi periodiche rappresentino di solito dei momenti di “distruzione creatrice” di tipo schumpeteriano, di riorganizzazione e di riavvio del sistema su nuove e anche migliori fondamenta e non sono in molti, per la verità, ad avanzare, almeno per il momento, l’ipotesi estrema.

A conoscenza di chi scrive soltanto poche persone hanno messo in campo di recente tale eventualità. Da una parte, Immanuel Wallerstein, in un articolo scritto nelle prime fasi della crisi (Wallerstein, 2008), testo accolto a suo tempo con molto scetticismo anche a sinistra; dall’altra, uno studioso francese, Anselm Jappe (Jappe, 2011), autore che ha ispirato in parte questo articolo; possiamo ancora citare Steven Stoll, la recensione del cui testo sulla crisi si può trovare su di un numero recente di un periodico francese (Books, 2011). Infine, ricordiamo la pubblicazione dell’ultimo volume di Slavoj Zizek che sembra, in qualche modo, aprire alla stessa ipotesi (Zizek, 2011).

Sottolineiamo soltanto quello che a tale proposito sostiene in particolare A. Jappe. La crisi del capitalismo viene ormai per l’autore non solo dai limiti esterni alla sua crescita, sotto forma di esaurimento delle risorse e di distruzione delle sue basi naturali a livello mondiale, ma anche da quelli intrinseci al suo sviluppo, della sua forma di accumulazione e di riproduzione sociale; “…la merce… il denaro… la concorrenza… il mercato: dietro le crisi finanziarie che si ripetono da più di venti anni, ogni volta più gravi, si profila la crisi di tutte queste categorie…”.


E i paesi emergenti?

L’ipotesi di una crisi “finale” del capitalismo, avanzata da qualche autore, si scontrerebbe peraltro con diversi dubbi e con alcuni punti oscuri. Ne vogliamo ricordare uno soltanto, l’esistenza dei paesi emergenti, molti dei quali presentano da tempo una situazione di pieno boom economico.

La crisi dei paesi ricchi travolgerebbe anche loro, o essi riuscirebbero invece, in qualche modo, a resistere alle difficoltà e a riavviare una nuova epoca, un nuovo modello capitalistico? Nessuno può concretamente immaginare cosa potrebbe accadere. Non si potrebbe invece forse parlare, almeno per quanto riguarda la Cina, di gran lunga peraltro il paese più importante tra quelli emergenti, dell'esistenza di un modello di mercato non capitalistico, come a suo tempo ipotizzato da Giovanni Arrighi (Arrighi, 2011)? E allora il problema non si porrebbe, almeno in parte.

Solo il futuro, comunque, potrà sciogliere molti dei dubbi che abbiamo oggi davanti.






Testi citati nell’articolo

Arrighi G., Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano, 2007

Books, aprile 2011

Jappe A., Credit à mort, Nouvelles Editions Lignes, Parigi, 2011

Milne R., West shows worrying signs of “Japanisation”, www.ft.com, 18 agosto 2011

Padis M. O., Le bosculement des puissances, Esprit, n. 10, 2010

Wallerstein I., Le capitalisme touche à sa fin, Le Monde, 11 ottobre 2011

Zizek S., Vivre la fin des temps, Flammarion, Parigi, 2011

 
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