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Fri, 19 Dec 2014 10:34:23 +0000

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- CUBA: alba o tramonto! - di Carlo Lambiase Il 17 di dicembre a Cuba si festeggia San Lazaro che, nella santeria cubana, porta il nome di Babalù Ayè, unisce la figura del santo cattolico con quella della divinità africana ed è il protettore degli ammalati e dei sofferenti. In prima pagina c’è ancora una volta questa isola insidiosa, amata da … Continua a leggere
- Cgil e Uil hanno superato la prova, il Governo no. Siamo vicini a scelte decisive. - di Alfiero Grandi Cgil e Uil hanno superato la prova dello sciopero generale, dopo la riuscitissima manifestazione nazionale della Cgil di fine ottobre. I soliti noti potranno raccontarla come vogliono ma tantissimi lavoratori si sentono rappresentati dai sindacati malgrado l’opera di denigrazione sistematica del loro ruolo,  fino a cercare di addossargli la responsabilità del precariato … Continua a leggere
- Quanto ci costa e perché dobbiamo uscire dalla Nato: Appello - L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che il Sipri quantifica in 72 milioni di euro al giorno. (Oltre 26 miliardi all’anno n.d.r.) Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la … Continua a leggere
- Sbloccare il capitale congelato / Unlocking the frozen capital - di Frank Barbaro (Adelaide) Il muro di Berlino, caduto 25 anni fa, ha segnato la fine del comunismo – il maggiore antagonista al sistema economico, ora globale, basato sull’incremento del profitto privato. Il crollo del comunismo ha offerto campo libero al capitale e oggi le conseguenze sono evidenti e innegabili. Il capitale pubblico si è … Continua a leggere
- I PRIMI SARANNO GLI ULTIMI? DOSSIER SULLA QUESTIONE PALESTINESE IN ITALIA - di Agostino Spataro 1… L’Italia riconosca subito lo Stato palestinese Ma che strano! Quando, finalmente, l’Unione Europea inizia a muoversi per giungere al riconoscimento dello Stato palestinese (già i governi e i parlamenti di Svezia, Inghilterra,Irlanda, Spagna, Francia hanno deliberato in questo senso) il governo italiano si defila, si attarda, nicchia. E dire che il … Continua a leggere
- C’è vita oltre la Troika ed è una bella vita: per un’Unione sud europea - di Fabrizio Verde L’Indro.- C’è vita oltre la Trojka ed è una bella vita. Parafrasando una celebre espressione dell’ex presidente argentinoNestor Kirchner, questo sembra voler lasciare intendere il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, che in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa spagnola Efe, ha lanciato una proposta rivolta al sud Europa: … Continua a leggere
- Lo sciopero generale in diretta: adesioni oltre il 70% -             LINK diretta streaming: QUI   L’adesione allo sciopero generale supera il 70% 12/12/2014 Sciopero: Cgil e Uil, fermi quasi il 50% di treni, oltre il 50% aerei, bus e metro al 70% “Secondo i primi dati parziali sono molto alte le adesioni nei trasporti su tutto il territorio nazionale allo … Continua a leggere
- Il mondo rischia una guerra nucleare per le azioni degli Usa contro la Russia e i media rovesciano la verità - di John Pilger La guerra secondo i media  e il trionfo della propaganda – Perché così tanto giornalismo si è arreso alla propaganda? Perché la censura e l’alterazione delle notizie sono una pratica normale?  Perché la BBC  un portavoce del potere rapace? Perché il New York Times e il Washington Post ingannano i loro lettori? Perché … Continua a leggere
- “VIDI UNA BESTIA SALIRE DAL MARE…” I TRATTATI T-TIP E TISA - di Alex Zanotelli E’ con queste parole che il profeta dell’Apocalisse descrive l’Impero Romano alla fine del primo secolo. Le stesse parole le userei per le nuove bestie che appaiono all’orizzonte: il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, nell’acronimo inglese T-TIP e l’Accordo per il Commercio dei servizi, nell’acronimo inglese TISA. Due trattati … Continua a leggere
- Il mondo di mezzo è lercio. Ma il mondo “di sopra”? – (con il testo completo dell’ordinanza “Mafia Capitale”) - di Sergio Cararo A SEGUIRE IL TESTO DELL’ORDINANZA: le mille pagine dell’indagine. I magistrati che hanno avviato la clamorosa inchiesta sull’intreccio tra malavita, politica e affari nella Capitale, hanno chiamato questa operazione “Mondo di mezzo”. La denominazione è stata mutuata dall’intercettazione di un boss della fascio-malavita che così definiva la propria “posizione di rendita”. Ci sono … Continua a leggere
- Il debito pubblico USA supera i 18.000 miliardi di dollari, ma nessuno ne parla - di Attilio Folliero (Caracas) Il 28 novembre scorso il debito pubblico degli Stati Uniti ha sfondato per la prima volta la barriera dei 18.000 miliardi di dollari, arrivando per l’esattezza a 18.005,55 miliardi. Nessun commento da parte dei principali media statunitensi e mondiali. Qualcuno ha semplicemente riportato la cifra come se si trattasse di bruscolini … Continua a leggere
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- G20: tanti “impegni”, poche ambizioni, ancor meno risultati - di Leopoldo Tartaglia L’esito del vertice G20 di Brisbane (15 e 16 novembre) è stato caratterizzato – oltre che dallo scontro tra governi occidentali e il leader russo, Putin – dal sostegno, da parte della presidenza australiana, all’impegno di innalzare la crescita dei paesi del gruppo del 2,1% oltre lo scenario attuale, cosa che, secondo il premier … Continua a leggere
- La lezione di Federico Caffè per la Bce - di Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista Recentemente, anche nel mezzo di una crescente contestazione giovanile e studentesca, Mario Draghi è venuto a Roma per celebrare il centenario della nascita dello scomparso economista Federico Caffè. Draghi era stato suo allievo all’Università La Sapienza di Roma. Parlando della “eredità di pensiero” di … Continua a leggere
- Appello democratico per la Tunisia - di Silvia Finzi (direttore del Corriere di Tunisi) Il risultato delle legislative del 26 ottobre vede premiato il partito Nida’a Tunis (“Appello per la Tunisia”) con 85 seggi, seguito dal partito En-Nahdha (“Rinascita”) con 69 seggi, il nuovo partito di un miliardario tunisino ancora sconosciuto pochi mesi fa l’UPL (“Unione Patriottica Libera”) con 16 seggi, il … Continua a leggere
- Chi ci ricorda Renzi - di Alfiero Grandi Renzi ricorda qualcuno, quello con cui si vede spesso e con cui ha stretto il patto detto del Nazareno. Dall’Australia non ha trovato di meglio che mettere sotto accusa le Regioni per i dissesti idrogeologici devastanti di questi giorni, dimenticando – o fingendo di farlo – le primarie responsabilità dei governi in … Continua a leggere
- Messico: la vicenda dei 43 ragazzi desaparecidos - 24 horas en Ayotzinapa: un reportage di Luis Hernández Navarro – Traduzione in italiano del reportage del giornalista Luis Hernández Navarro che racconta la storia dei 43 studenti normalistas scomparsi in Guerrero (Messico). teleSUR di Luis Hernandez Navarro Per comprendere meglio la tragica vicenda dei 43 studenti della scuola Normale Rurale di Ayotzinapa desaparecidos lo scorso 26 settembre … Continua a leggere
- Vladimiro Giacchè: “Quando cadde il muro di Berlino” – Video -    Archiviato in:Confessioni Audit Eterodossie Satire, CRISIS, Diritti sociali diritti umani, Europa, Italia, Lavoro economia società, Politica Tagged: Angela Merkel, crisi globale, crisi Italia, Geopolitica, Germania, politica internazionale

 
Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi
- Inserito il 08 settembre 2011 alle 22:48:25 da Vincenzo Comito.

Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi

di Vincenzo Comito



Premessa

Nonostante che il fenomeno della crisi in atto sia stato esplorato in tutte le direzioni e continui costantemente a esserlo, permangono molti punti controversi sulla sua origine, sulla sua stessa definizione e sulla sua natura di fondo, nonché conseguentemente sulle vie di salvezza, if any.

In ogni caso, sono ormai passati diversi anni dallo scoppio della crisi e nessuno sembra avere a livello politico delle idee adeguate, nonché la capacità e la volontà per uscire fuori dai guai.


Una definizione della crisi

Manca intanto apparentemente una qualche espressione definitoria che sintetizzi la sostanza del fenomeno in atto e questo appare piuttosto sorprendente. Al momento delle sue prime manifestazioni si è parlato di crisi del sub-prime; successivamente, man mano che essa si apriva nuove strade, si è tentato di appiccicargli qualche altra etichetta, quale “crisi sovrana”, “crisi finanziaria” o anche “crisi del credito”, ecc., ma nella sostanza sembrerebbe mancare a oggi, almeno sui media occidentali, una definizione chiara e convincente.

Dobbiamo andare in Asia per trovarne una che sembri plausibile; in tale angolo del mondo si parla chiaramente di “crisi atlantica” (Padis, 2010), di un fenomeno cioè che riguarda essenzialmente la parte più sviluppata del pianeta.

Prendendo per buona, almeno per il momento, tale definizione, apparentemente censurata dalle nostre parti, si tratta di individuare soprattutto le ragioni di fondo del fenomeno, nonché le vie per poterne uscire. Le due cose sono ovviamente strettamente legate.


Il fronte finanziario

Molti concentrano la loro attenzione critica sul tema della finanza. Di fronte a un’economia reale considerata sana, il marcio starebbe negli “eccessi” del sistema finanziario che, sfuggito a ogni regola e a ogni controllo, metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Si sottolinea così l’avidità degli speculatori, la complicità e i conflitti di interesse delle agenzie di rating, la follia delle borse, la rapacità dei manager delle istituzioni finanziarie, le male azioni delle banche.

C’è chi, con una leggera variante rispetto all’analisi precedente, cerca di distinguere la buona dalla cattiva finanza. La prima sarebbe quella che sostiene l’economia, le imprese, i cittadini, la seconda quella che si dà alla speculazione e trascura e umilia il mondo produttivo. La prima forma avrebbe sostanzialmente caratterizzato la fase che dal dopoguerra va sino grosso modo alla fine degli anni settanta, la seconda avrebbe poi preso il sopravvento a partire dai primi anni ottanta, facendosi poi sempre più aggressiva e dominante.

Ma “basterebbe” sistemare il fronte finanziario con i suoi cattivi protagonisti per bloccare alla radice la crisi? Chi scrive ha pubblicato diversi testi che cercano di contribuire a individuare le vie per una possibile riforma del sistema finanziario e quindi pensa che in effetti l’influenza della finanza sulla vita economica e sociale sia stata negli ultimi decenni devastante e che una profonda riforma del settore sia comunque indispensabile e urgente, ma non ha mai pensato che questo potrebbe bastare per risolvere tutti i problemi posti dalla crisi. D’altro canto, è giocoforza constatare che i governi e le istituzioni internazionali stanno facendo sostanzialmente troppo poco per sistemare la questione.

Ma anche quando tale fronte venisse largamente presidiato, il che appare molto improbabile, ci troveremmo di fronte a un problema ancora maggiore, quello delle difficoltà dell’economia reale.

Viene alla mente, in effetti, anche un altro pensiero: e se i processi di finanziarizzazione in realtà, invece di rovinare l’economia reale, l’avessero aiutata a sopravvivere al di là della sua “data di scadenza” (Jappe, 2011)? Di fatto, nel decennio che ha preceduto la crisi, solo la finanza e l’immobiliare, attività per molti aspetti sorella della prima, hanno sostenuto in qualche modo la crescita dell’economia occidentale. E se quindi in tale periodo la finanza avesse continuato a far respirare un corpo moribondo? E se, alla fine, all’origine della malattia stiano problemi più gravi di quelli provocati dagli speculatori?


Il fronte dell’economia reale

In effetti, molto presto tra i seguaci dell’analisi economica di tipo keynesiano e comunque tra gli economisti “radicali” l’origine della crisi è stata fatta risalire all’avvio della fase tatcheriana-reaganiana dell’economia, che ha portato tra l’altro in occidente, oltre che a una profonda messa in discussione del ruolo dello stato, a una forte crescita delle diseguaglianze, con un sostanziale blocco dei redditi da lavoro in valori assoluti e a un loro arretramento rispetto a quelli di capitale nella composizione del pil dei vari paesi. Le classi medie e popolari non hanno più, da un certo punto in poi, avuto altra via per continuare a consumare e investire che quella di aumentare il loro livello di indebitamento, ciò che ha portato alla fine al crollo della piramide. Parallelamente, negli ultimi decenni non si è manifestato alcun grosso stimolo alla domanda attraverso lo sviluppo di qualche nuovo settore che fungesse, come in epoche passate, da traino per tutta l’economia. E trascuriamo, per semplicità, i fattori internazionali, pur rilevanti.

In tale quadro, le malefatte della finanza sono state certamente stimolate ed esse hanno sicuramente contribuito ad aggravare la situazione, ma alla radice della crisi starebbe una carenza di domanda nel settore dell’economia reale, più di recente aggravata dal tentativo da parte dell’operatore pubblico di ridurre il livello di indebitamento attraverso il ridimensionamento della spesa pubblica.

Il suggerimento di fondo che viene conseguentemente da tale tipo di analisi è quello che appare necessario, da una parte, ridistribuire il surplus prodotto nell’economia indirizzandolo maggiormente a favore del lavoro, avviare poi, dall’altra, da parte degli stati, un grande programma di investimenti nel settore dell’economia verde, accompagnato anche da forti e paralleli stimoli all’industria privata; tale settore potrebbe e dovrebbe costituire il prossimo asse di sviluppo dell’economia del mondo.

Che dire di tutto questo? Chi scrive appare sostanzialmente convinto che nella situazione attuale sia presente certamente un problema di domanda, con l’evidente necessità di ridistribuire la torta tra il lavoro e il capitale e che sia anche indifferibile spingere per una grande riconversione “ecologica” dell’economia.

Ma duole constatare che nessun paese occidentale è in grado in questo momento di avanzare in maniera significativa sul primo fronte – anzi, tutti i programmi di controllo della spesa pubblica dovrebbero avere un effetto di riduzione nella stessa domanda, nonché della qualità dell’offerta – né sul secondo. Così Obama era partito dichiarando la volontà di avviare grandi sforzi verso una nuova politica energetica e constatiamo tutti come la cosa sia in effetti andata a finire.

In tale quadro è evidente come l’uscita dalla crisi appaia una possibilità sempre più lontana.


L’ipotesi giapponese

A questo punto l’ipotesi più immediata che viene alla mente è quella che il mondo occidentale si stia avviando verso una situazione di tipo giapponese, cioè verso un periodo di lunga e persistente stagnazione economica; il paese del sol levante non cresce ormai in effetti da una ventina d’anni. Il timore di una giapponesizzazione è ormai fortemente presente nelle classi dirigenti atlantiche.

Il modello giapponese appare caratterizzato da alcune caratteristiche di fondo che gli altri paesi ricchi sembrano stare acquisendo più o meno rapidamente con il tempo: alto rapporto debito/pil, bassa crescita della popolazione, sostanziale blocco e debolezza della politica, tassi di interesse molto bassi e deflazione o minaccia di deflazione, banche in difficoltà, crolli di borsa e del settore immobiliare (Milne, 2011).

Va sottolineato che una stagnazione prolungata dei vari paesi potrebbe certamente manifestarsi con qualche possibile variante rispetto al caso giapponese, che tutto sommato presenta diverse caratteristiche positive, quali un elevato livello tecnologico, un alto livello di benessere accompagnato da una distribuzione della ricchezza tra le meno diseguali tra quelle dei paesi ricchi, una buona efficienza della macchina pubblica, una coesione sociale piuttosto elevata. La variante italiana, altro paese in difficoltà economica almeno da una quindicina di anni, potrebbe esserne per molti versi una sua versione in peggio.

Peraltro bisogna sottolineare che il modello giapponese si regge su di una continua crescita del livello dell’indebitamento pubblico, che ha ormai raggiunto cifre elevatissime e che non appare più sopportabile a medio termine.


L’ipotesi argentina e quella di una crisi finale del capitalismo

A questo punto quella del fantasma giapponese potrebbe comunque costituire ancora un’ipotesi consolatoria. C’è chi comincia invece a pensare a uno scenario di tipo argentino. Il paese sudamericano alla fine della seconda guerra mondiale era uno dei più prosperi del mondo; da allora esso ha registrato un lento ma inesorabile declino, precipitando poi qualche anno fa in un crollo improvviso. D’altro canto, lo stesso modello giapponese potrebbe anche preludere a quello argentino.

Ma è peraltro possibile tornare invece al modello di sviluppo keynesiano del dopoguerra, cioè a un capitalismo “ben temperato”, regolato e governato dalla politica, a un modello molte delle cui basi materiali sono state nella sostanza distrutte dall’avanzamento tecnologico e dalle mutazioni economiche e sociali degli ultimi decenni? Hic Rodhus, hic salta.

Alla fine, viste le difficoltà di azione da parte dei paesi occidentali e gli ostacoli di peso collocati sulla strada di un ritorno a un modello pre-tatcheriano dello sviluppo, può venire persino il dubbio che la situazione attuale non abbia sbocchi possibili. Allora diventerebbe in qualche modo plausibile anche l’ipotesi che la crisi in atto sia in realtà quella finale del capitalismo.

Naturalmente, potrebbe certamente accadere che invece, in qualche modo, la situazione migliori e l’economia atlantica prima o poi si riprenda. Da molte parti si può sostenere che il modello capitalistico abbia molte vite, che troppe volte esso sia stato dato per morto e che anzi le sue crisi periodiche rappresentino di solito dei momenti di “distruzione creatrice” di tipo schumpeteriano, di riorganizzazione e di riavvio del sistema su nuove e anche migliori fondamenta e non sono in molti, per la verità, ad avanzare, almeno per il momento, l’ipotesi estrema.

A conoscenza di chi scrive soltanto poche persone hanno messo in campo di recente tale eventualità. Da una parte, Immanuel Wallerstein, in un articolo scritto nelle prime fasi della crisi (Wallerstein, 2008), testo accolto a suo tempo con molto scetticismo anche a sinistra; dall’altra, uno studioso francese, Anselm Jappe (Jappe, 2011), autore che ha ispirato in parte questo articolo; possiamo ancora citare Steven Stoll, la recensione del cui testo sulla crisi si può trovare su di un numero recente di un periodico francese (Books, 2011). Infine, ricordiamo la pubblicazione dell’ultimo volume di Slavoj Zizek che sembra, in qualche modo, aprire alla stessa ipotesi (Zizek, 2011).

Sottolineiamo soltanto quello che a tale proposito sostiene in particolare A. Jappe. La crisi del capitalismo viene ormai per l’autore non solo dai limiti esterni alla sua crescita, sotto forma di esaurimento delle risorse e di distruzione delle sue basi naturali a livello mondiale, ma anche da quelli intrinseci al suo sviluppo, della sua forma di accumulazione e di riproduzione sociale; “…la merce… il denaro… la concorrenza… il mercato: dietro le crisi finanziarie che si ripetono da più di venti anni, ogni volta più gravi, si profila la crisi di tutte queste categorie…”.


E i paesi emergenti?

L’ipotesi di una crisi “finale” del capitalismo, avanzata da qualche autore, si scontrerebbe peraltro con diversi dubbi e con alcuni punti oscuri. Ne vogliamo ricordare uno soltanto, l’esistenza dei paesi emergenti, molti dei quali presentano da tempo una situazione di pieno boom economico.

La crisi dei paesi ricchi travolgerebbe anche loro, o essi riuscirebbero invece, in qualche modo, a resistere alle difficoltà e a riavviare una nuova epoca, un nuovo modello capitalistico? Nessuno può concretamente immaginare cosa potrebbe accadere. Non si potrebbe invece forse parlare, almeno per quanto riguarda la Cina, di gran lunga peraltro il paese più importante tra quelli emergenti, dell'esistenza di un modello di mercato non capitalistico, come a suo tempo ipotizzato da Giovanni Arrighi (Arrighi, 2011)? E allora il problema non si porrebbe, almeno in parte.

Solo il futuro, comunque, potrà sciogliere molti dei dubbi che abbiamo oggi davanti.






Testi citati nell’articolo

Arrighi G., Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano, 2007

Books, aprile 2011

Jappe A., Credit à mort, Nouvelles Editions Lignes, Parigi, 2011

Milne R., West shows worrying signs of “Japanisation”, www.ft.com, 18 agosto 2011

Padis M. O., Le bosculement des puissances, Esprit, n. 10, 2010

Wallerstein I., Le capitalisme touche à sa fin, Le Monde, 11 ottobre 2011

Zizek S., Vivre la fin des temps, Flammarion, Parigi, 2011

 
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