A quasi trent’anni dalla riforma della Polizia, il processo di democratizzazione pare in crisi. Riaffiorano vecchie abitudini e prassi reazionarie. Cosa sta succedendo? Intervista a Donatella Della Porta, sociologa dell’Istituto universitario di Firenze
di Stefano Iucci
Cosa sta succedendo alla nostra polizia? A quasi trent’anni dalla riforma del corpo, con la sua smilitarizzazione e la sindacalizzazione degli agenti, il processo di democratizzazione pare in crisi. Sembrano riaffiorare vecchie abitudini e prassi reazionarie, sia sul versante del controllo delle proteste di massa – con le verità sempre più sconcertanti sul G8 di Genova che goccia a goccia continuano a stillare, o la durezza mostrata con i terremotati abruzzesi o, ancora, con gli operai milanesi della Mangiarotti travolti dalla crisi e che qualche giorno fa chiedevano di essere ricevuti dal prefetto – sia su quello della repressione individuale, con i casi Aldovrandi e Cucchi, che per la verità non riguardano solo la polizia ma il complesso delle nostre forze dell’ordine.
Dagli scontri in piazza durante il governo Tambroni al G8 del 2010 di Genova, troppi i casi di abuso da parte delle forze dell'ordine nella storia del nostro paese
di Giuliano Giuliani
Il 7 luglio scorso sono stato a Reggio Emilia. Cinquant’anni trascorsi, e l’unica sentenza emessa è ancora “assolti per non aver commesso il fatto”: si saranno sparati fra loro quei cinque, ai punti cardinali della grande piazza dei Teatri, interi caricatori per lasciare per terra più di cinquecento bossoli.
Lo ricordano con tristezza i familiari di Afro, Emilio, Lauro, Marino, Ovidio: tristezza per un paese che fatica ad accettare la verità, a riconoscere la giustizia. Lo ricordano con l’orgoglio e la convinzione che i loro cari avessero fatto la cosa giusta nel posto giusto. E gli altri? I carabinieri e i poliziotti che hanno sparato le raffiche ad altezza d’uomo, che hanno preso la mira, che hanno sparato per uccidere persone inermi che volevano soltanto manifestare? Sì, gli altri, gli assassini? Hanno solo obbedito a un ordine o ci hanno messo (anche) del loro? Se ne è discusso a Genova sette giorni prima, ricordando il 30 giugno, quando un moto di popolo impedì l’offesa alla città medaglia d’oro della Resistenza di un congresso del Msi celebrato dal gerarca fascista responsabile dell’uccisione di partigiani e della deportazione nel ’44 di 1.600 operai nei lager nazisti.
Francesco Cossiga si è spento ieri per una crisi cardiaca, aprendo in articulo mortis un ultimo misterioso capitolo del suo già oscuro rapporto con la politica italiana: quattro lettere dal contenuto ignoto, indirizzate alle massime cariche dello stato (Napolitano, Schifani, Fini e Berlusconi). La sua lunga carriera politico-istituzionale, dall'arrivo al ministero dell'interno nel 1976 alle dimissioni da presidente della repubblica nel 1992, è stata contrassegnata da una lunga serie di episodi opachi connessi a complotti, stragi, terrorismo e golpismo, e da un ambiguo e mutevole rapporto con le forze politiche di destra e di sinistra. Per ricordare uno dei momenti culminanti di questa carriera - la "scoperta" di Gladio - pubblichiamo qui di seguito un articolo scritto il 2 novembre 1990 da Luigi Pintor.
A un certo punto della sua vita – eravamo alla fine degli anni Ottanta, e lui era Presidente della Repubblica Italiana, ovvero presidente della sesta democrazia industriale del pianeta – gli piacque addirittura essere chiamato «pazzo». Lo diceva lui stesso, di sé: sono pazzo. Non ci sono tanti Stati al mondo che possano vantare di essere sopravvissuti a un presidente pazzo, ma l’Italia, come tutti sanno, non è un paese normale.
In effetti, a Francesco Cossiga venne diagnosticata una sindrome bipolare, quella che, in era prebasagliana, era chiamata psicosi maniaco-depressiva e che oggi, in epoca postbasagliana, si cura con forti dosi di litio. Lo chiamavano, all’epoca, «il picconatore» perché non passava giorno che il presidente Francesco Cossiga non «esternasse», in termini violenti, paradossali, provocatori.
Ma era davvero pazzo? Tana De Zulueta, allora corrispondente da Roma del settimanale The Economist, dubitò, e con rara arguzia lo paragonò alla “lepre marzolina” di Alice nel paese delle meraviglie. Ovvero, ipotizzò che Cossiga simulasse una pazzia, perché questa era l’unica strada che aveva per sfuggire ad una realtà terribile, di cui era testimone e (forse) protagonista.
Quando era ministro dell’Agricoltura ha fatto sua la battaglia anti-Ogm. Oggi, da governatore del Veneto, Luca Zaia commenta in maniera forte la distruzione di un campo di mais geneticamente modificato in Friuli. «È stata ripristinata la legalità», ha detto a caldo. Certo, ha specificato, non difende quel gesto, che comunque a suo avviso ha rappresentato un illecito, ma è convinto che il ripristino della legalità sia avvenuto per il semplice fatto che il primo a commettere un reato a suo avviso è stato chi ha piantato mais Ogm in quel campo, mentre la normativa vigente in Italia vieta espressamente in tutto il paese la coltivazione di prodotti geneticamente modificati. Ripristinata la legalità, ha detto. Governatore, difende i no global?
E’ fallito il piano del Pentagono e di Álvaro Uribe di ipotecare le relazioni tra il successore di questo e il Venezuela per destabilizzare il governo di Hugo Chávez e incolparlo di finanziare e proteggere “gruppi terroristi”. Ieri a Santa Marta, in Colombia, lo stesso presidente bolivariano e il neo-presidente colombiano Juan Manuel Santos hanno infatti ristabilito normali relazioni diplomatiche dopo la rottura del 22 luglio scorso quando Uribe, a pochi giorni dalla fine del suo mandato, aveva denunciato presunti aiuti e ospitalità venezuelane alla guerriglia delle FARC. di Gennaro Carotenuto
Sotto la gestione dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner, segretario generale di UNASUR, l’organizzazione latinoamericana che esclude gli Stati Uniti dalla risoluzione delle crisi regionali, si è archiviata dunque l’ultima crisi costruita a tavolino da Álvaro Uribe e dal Pentagono per coinvolgere il Venezuela nella guerra colombiana e metterlo di fronte alla comunità internazionale sul banco degli imputati come “stato canaglia” che appoggia il “terrorismo”. La stessa facilità con la quale Santos e Chávez sono potuti andare oltre e ristabilire le relazioni testimonia la pretestuosità della stessa denunciata perfino da organi mainstream come il settimanale britannico “The Economist”.
Su twitter l’annuncio della ong guidata da Gino Strada. Le apparecchiature sono state rimesse in funzione, lo staff è ritornato al lavoro, la struttura è pronta a tornare come prima. Il racconto delle cure ai primi feriti dopo cento giorni. In Afghanistan 1.200 civili uccisi in 6 mesi.
“La polvere di 100 giorni di chiusura è stata tolta, le apparecchiature vengono rimesse in funzione, lo staff è ritornato al lavoro, l’ospedale di Emergency a Lashkargah è pronto per tornare quello di prima”. È quanto scrive l’associazione ong in una nota confermando la ripresa dell'attività a sostegno delle vittime della guerra. “Le persone - si legge sullo spazio twitter di Emergency - iniziano a presentarsi al nostro cancello, alcuni sono nostri vecchi pazienti che vengono per farsi controllare dopo mesi di mancanza di cure, altri hanno solo piccole lesioni e vengono visitati dal nostro personale.
Santos non ha detto una sola parola sulla crecescente produzione di cocaina di Tito Pulsinelli
Sotto un cielo piovoso e grigio, nella vasta e imponente piazza Bolivar chiusa al pubblico, di fronte alla schiera dei dignitari e notabili che si riparavano dalla pioggia, Santos ha assunto la presidenza colombiana. Fino all'ultimo, il suo predecessore Uribe ha continnuato a gettare benzina sul fuoco, e gli lascia in eredità relazioni infuocate con il Venezuela ed Ecuador. Il discorso pronunciato da Santos ha confermato le aspettative:nessuna rottura, qualche discontinuità (in politica estera), una sostanziale sensazione di prolungamento della medesima politica degli ultimi otto anni. Stessa politica con due strategie? Dopo il pugno di ferro di Uribe, ora è la volta del guanto di seta? Solo i fatti diranno se sarà un "Uribe 3" o un "Santos 1".
Il disastro di Marcinelle, di cui oggi ricorre il 54° anniversario (262 minatori morti, 136 italiani, per lo più meridionali), potrebbe essere l’occasione, favorita dalla concomitanza col 150° dell’Unità d’Italia, per ragionare, senza retorica e stereotipi, sugli italiani all’estero e sul senso della loro vicenda storica all’interno di quella del Paese. Questa riflessione potrebbe partire dalle condizioni di sfruttamento e mancanza di sicurezza in cui lavoravano gli immigrati nel civile Belgio. Condizioni disumanizzanti, che immaginavamo consegnate a un passato di soprusi e sfruttamento cancellate da lotte e conquiste dei lavoratori. Purtroppo, in Italia le cose vanno ancora molto diversamente. Assenza di regole sul lavoro e abusi, fanno ancora parte della quotidianità di migliaia di persone e la gravissima crisi economica in atto ha aggravato condizioni di illegalità già endemiche soprattutto nel Sud. Con la crisi che morde, trattamenti umilianti e massacranti vengono oggi riproposti ai lavoratori come unica alternativa alla disoccupazione e all’emigrazione.
Macabre coincidenze: a 30 anni dalla strage di Bologna muore Giovanni Ventura, il terrorista nero travestito da “compagno”. Condannato per le bombe fasciste del 1969, resterà impunito per piazza Fontana. Ma i giudici della Cassazione hanno scritto la verità: «la responsabilità della strage di Piazza Fontana è di Freda e Ventura, anche se assolti nei procedimenti a suo tempo celebratisi a loro carico». Aveva aperto un ristorante di gran moda a Buenos Aires dove una sera capitò Guccini... di Maurizio Chierici
Giovanni Ventura si è portato via i misteri che ne hanno accompagnato la vita violenta. Non solo le bombe sui treni e le bombe di piazza Fontana, ma l’avventura boliviana agli ordini dei coca generali e del dittatore Banzer, in compagnia di Stefano Delle Chiaie, «uomini sicuri» garantiti dai servizi segreti italiani. A Santa Cruz de la Sierra, Delle Chiaie «lavorava» con Klaus Barbie, torturatore di Lione scappato nell’ultimo angolo del mondo quando i nazisti hanno abbassato le armi. Ventura, non si sa. Si sa della clandestinità nell’Argentina dei dittatori P2 ben raccomandato dalla rete P2 dei nostri 007 che ne avevano favorito la fuga dall’Italia.
Ieri Álvaro Uribe ha lasciato la presidenza della Colombia millantando trionfi ma portandosi dietro una scia di sangue con pochi precedenti. Il paragone è con il peruviano Alberto Fujimori, poi condannato per corruzione e violazione dei diritti umani. Lascia avvelenando i pozzi del suo successore Juan Manuel Santos, bloccandone il tentativo di migliorare i rapporti con il Venezuela di Hugo Chávez che era deciso a presenziare alla cerimonia di passaggio dei poteri. Anche se per la stampa è sempre colpa di Chávez, non è smentibile che sia la Colombia ad avere avuto con Uribe i peggiori rapporti della storia con tutta la regione, dall’Ecuador alla Bolivia, dal Brasile al Venezuela tanto che nel discorso di insediamento Santos ha continuato una rettificazione (boicottata da Uribe e da Washington) che conduce da settimane: “non individuo un nemico in nessun paese vicino”.
Il doppio titolo ( Allora vi diciamo / Alla nazione ) ti spiazza; inizialmente non riesci a capirlo, ma poi, guardano la fotografia e il nome dell’autore, intuisci tutto e ti rendi conto di non aver mai visto una copertina così esplicita, così accusatrice, così innamorata dell’uomo. La fotografia di Antonio Maugeri blocca, in un devastante bianco e nero, il mucchio quasi informe dei resti fracassati di barconi di immigranti – non si sa se poi anche immigrati – a Lampedusa. Il nome dell’autore è Leonardo Zanier. E allora capisci che ancora una volta lo scrittore e poeta di Maranzanis, a Zurigo da più di mezzo secolo, alza la sua voce per ricordare cos’è l’emigrazione, uguale in ogni parte del mondo come uguali sono gli esuli alla ricerca di lavoro, di cibo, di pace, di salvezza. E capisci anche che quell’ Allora vi diciamo è la necessità, l’obbligo di raccontare questa uguaglianza tra diversi e che quell’ Alla nazione non è una pretenziosa imposizione, ma una disperata speranza che davvero tutti ascoltino, se non questo libro, almeno i sentimenti, i fatti, le emozioni, i ragionamenti che gli danno sostanza, ma che si trovano dappertutto, dovunque un uomo fronteggi un fatto con la capacità di aprirsi non tanto agli altri, ma proprio a se stesso con il pressante invito a tutti a ricordare sempre che «Diventare bianchi dopo essere stati i marocchini d’Europa, è l’ebbrezza che può allontanare la ragione dalla realtà».
La serie impressionante di mine che la Fiat ha disseminato e fatto esplodere l'una dopo l'altra nel precario ordinamento che ancora governa, seppure male, le relazioni sociali del paese, sta producendo una drastica rottura storica che ne cambia la natura. È in campo una rivoluzione reazionaria provocata dall'impresa multinazionale che può avere esiti più generali sconvolgenti. La lunga mutazione regressiva degli assetti democratici e istituzionali intervenuta nell'ultimo quarto di secolo, da un lato, e la potenza imprevista del colpo di maglio sul regime d'impresa ora agito dalla Fiat, dall'altro, fanno sì che non ci sia più nulla di scontato o di facilmente prevedibile, a partire dal campo della resistenza democratica. Perciò le reazioni alla sfida di Marchionne non debbono essere sottovalutate. C'è, innanzitutto, una resistenza operaia che è andata al di là delle aspettative e che va indagata e capita. Quel 37% di no a Pomigliano e gli scioperi alla Fiat sono la base di un lavoro politico di ricostruzione dell'agire collettivo possibile e necessario.
Alma Yarelí ha fatto tre anni di carcere prima di essere liberata quando finalmente un giudice ha creduto che il suo fosse stato un aborto spontaneo. Se non fosse stato così, in un Messico dove per il 90% degli omicidi non si apre neanche un’inchiesta, avrebbe scontato per intero i 27 anni e sei mesi ai quali era stata condannata per omicidio volontario con l’aggravante della relazione familiare con la vittima. Dopo di lei restano in galera nel solo stato di Guanajuato altre 166 donne (migliaia in tutto il Messico), tutte povere e spesso analfabete, alcune con condanna definitiva fino a 35 anni di carcere.
Caliendo, l'astensione salva il Governo Pd: «Maggioranza residuale, sotto la soglia dei 316 voti»
L'astensione salva Giacomo Caliendo. La mozione di sfiducia contro il sottosegretario è stata bocciata con 299 no, 229 sì e ben 75 astenuti (finiani, Udc, Api di Rutelli e Mpa di Lombardo). Il voto tra cori e proteste. Berlusconi: astenersi non ha senso. Alfano: P3 frutto di pm e di certa sinistra. Bossi attacca il "terzo polo": «Qualcuno si farà male e senza risultati». Franceschini: «La maggioranza è residuale. Elezioni? Le perdereste». Domani nuovo vertice a palazzo Grazioli.
La crisi interna al PdL, che ha portato alla formazione del gruppo Futuro e Libertà, nasconde un’altra crisi, a mio avviso molto più seria e profonda, che riguarda il futuro del nostro sistema politico, forse anche Istituzionale se il “nuovo centro” volesse porre mano alle riforme e spingere nella direzione in questi mesi sostenuta da ApI e UdC.
La crisi vera è quella del progetto bipolare, del progetto di costruzione di una moderna democrazia, basata sia sulla riduzione del numero di partiti che sulla capacità di realizzare alleanze coese e quindi soggetti politici, anche se in coalizione, in grado di governare sulla base di un programma chiaro, preciso ed interamente condiviso. La storia degli ultimi anni dimostra l’esatto contrario. A sinistra e a destra i partiti politici sono aumentati, i soggetti politici guida-coalizione sono nati e deceduti o nella migliore delle ipotesi congelati, la guida per l’oggi è ancora da costruire e l’unico progetto chiaramente indicato, anche nel percorso, è la costruzione di un nuovo grande centro.
Il MAIE aderisce al NO a Berlusconi di Merlo e Giai
Berlusconi è impegnato in una disperata campagna acquisti in queste ore. Ma le cose gli vanno storte, ogni passo avanti che fa si ritrova due passi indietro. Scrive il "Corriere della sera": Adesso qualcuno dovrà avvertire il Cavaliere. Che qui i voti, invece che crescere, rischiano di diminuire. Con tutta probabilità, infatti, sono da considerarsi fallite anche le manovre per convincere la senatrice Barbara Contini a restare nel Pdl. Ci hanno provato in tutti i modi: ma una che è stata governatrice di Nassiriya, francamente, ha sopportato pressioni peggiori. Così resta, dicono, della sua idea: rompere con Fini è stato un errore; e con i finiani, per questo, andrà a schierarsi.
Il responsabile della Fossa Comune più grande dell'America latina premiato da Ban Ki moon di Tito Pulsinelli
Il segetario generale dell'ONU ha deciso che Alvaro Uribe -presidente uscente della Colombia- farà parte della commissione di indagine sul crimine dell'inbarcazione turca presa d'assalto dalle unità speciali israeliane. Dopo due mesi dall'assalto alla Flotta della Libertà, attaccata in acque internazionali, Ban Ki moon ha finalmente a deciso di rendere operativa l'indagine internazionale invocata a gran voce.
Il sudcoreano, ha agito con colpevole ritardo ed ha preso una pessima decisione. Affidare la vicepresidenza della commissione ad Alvaro Uribe è quasi una provocazione, o una anticipata confessione della nulla imparzialità con cui agirà. Solo una settimana fa, Uribe è stato travolto da un ennesimo "scandalo": il ritrovamento nel municipio de La Macarena di una fossa comune dove sono stati sepolti clandestinamente 2000 giovani colombiani.
Tonfo delle immatricolazioni in Italia per il Lingotto (-35,8%), che perde quote di mercato e scende sotto il 30%. Ma in generale è il settore ad andare malissmo (-26%) con numeri tornati ai livelli del 1995. Migliaia di posti di lavoro sono in pericolo
Tracollo delle immatricolazioni di Fiat Group Automobiles in Italia nel mese di luglio: le nuove auto immatricolate sono state 44.433, il 35,81% in meno rispetto alle 69.222 registrate a luglio di un anno fa. A giugno il gruppo aveva immatricolato 51.878 vetture, per un calo del 27,48% rispetto a giugno 2009. Anche la quota di mercato nazionale del Lingotto torna sotto il 30%, per l'esattezza al 29,09%, in netto calo rispetto al 33,55% di un anno fa. A giugno la quota era al 30,41% in lieve salita rispetto al 29,83% di maggio. Sui sette mesi il gruppo torinese ha immatricolato 404.495 unità, in calo del 9,44% sul pari periodo.
Bologna, Governo in fuga Cerimonia alla stazione Napolitano: si indaghi sulle complicità
È iniziata, puntuale, alle 8.30 nella sala del consiglio comunale di Bologna la cerimonia di commemorazione a trent'anni dalla strage del 2 agosto alla stazione centrale di Bologna dove persero la vita 85 persone e ne vennero ferite altre 200. All'incontro con i familiari delle vittime sono presenti, tra gli altri, il segretario del Pd Pierluigi Bersani, la figlia di Aldo Moro, Agnese, e Marco Alessandrini, figlio del giudice ucciso da Prima Linea.
L'assenza più "pesante" per l'associazione delle vittime è quella di un rappresentante del governo atteso fino all'ultimo momento. Per il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi «chi non c'è ha perso un'occasione. Non vogliamo fare polemiche, ma un ministro avrebbe dovuto dare risposte e tutti le avrebbero sentite. Questo probabilmente è uno dei motivi» per cui l'esecutivo ha preferito non essere presente alle cerimonie commemorative.